Heraion Lacinio
Italia - Calabria - KR - Crotone
 
Tipologia
Sito Archeologico
 
Descrizione
Gli edifici di culto e le altre strutture sorgono sulla propaggine più settentrionale del promontorio, cinto a difesa sin dal IV secolo a.C. con un muro sviluppato su due lati fino a mare. Il lato ovest era munito di due torri quadrangolari e dell'accesso tramite una ampia porta a tenaglia, costruita in corrispondenza della via sacra (hierà odòs) che conduceva agli edifici di culto. Ciò che rimane visibile di tale fortificazione oggi è la fase di età romano-repubblicana costituita da un possente muro in opera reticolata poggiato su una base in opera quadrata realizzata in calcarenite che caratterizza la geologia del promontorio. Oltrepassata la porta si trovano, a destra e a sinistra della via sacra, due strutture, visibili in fondazione, dette edificio K a sinistra ed H a destra. Leggermente divergenti rispetto alla cinta muraria, i due edifici presentano delle planimetrie molto simili con ambienti realizzati intorno ad un cortile porticato. L'interpretazione di tali edifici è di strutture al servizio del santuario e la data di edificazione viene fissata dal Seiler nel IV secolo a.C. L'edificio K (38x34 m.) presenta l'accesso tramite la via sacra sul lato sud, su cui affacciava con un portico dorico proseguito anche lungo il lato est a forma di elle. Si tratta di un Katagogion, servito forse per ospitare le delegazioni per le riunioni della lega Achea. L'edificio H (26,30 x 29 m.), costruito anche esso attorno ad un portico, dispone di cinque ambienti per lato lungo i lati est ed ovest, e due per lato corto i lati nord e sud, per un totale di quattordici. Sul lato nord che affaccia sulla via sacra, vi erano una o forse due entrate decentrate che davano accesso al cortile. Gli ambienti di uguali dimensioni (4,74x4,75 m.) ospitavano sette klinai ognuno e tutta la struttura funzionava da grande Hestiatorion (sala per banchetti). Procedendo oltre lungo la via sacra sul lato destro si affaccia l'edificio B. La struttura è composta da un ambiente quadrangolare impiantato nel VI secolo a.C., che potrebbe essere il più antico luogo di culto dedicato alla divinità. In fondo alla cella è emerso un basamento in blocchi di calcare che forse reggeva la statua di culto o una mensa per le offerte. Dopo la fondazione del tempio maggiore l'edificio non venne demolito ma riutilizzato come thesauròs. All'interno dell'ambiente, abbandonato nel III secolo a.C., sono stati ritrovati degli avanzi del tesoro della dea, tra cui spiccano gli splendidi bronzetti arcaici (Gorgone, Sfinge e Sirena), prodotti in madrepatria, e una insolita offerta costituita da una barchetta nuragica di provenienza sarda. Il reperto più emozionante è però costituito da un diadema aureo databile al VI secolo a.C., con motivo sbalzato a doppia treccia, su cui sono stati applicati nel IV secolo a.C. rametti con foglie e bacche di mirto. La testimonianza dell'uso dell'oggetto in un arco cronologico così ampio potrebbe fare ritenere il diadema lo stesso della statua di culto, il cui aspetto venne aggiornato alla moda con il passare dei secoli. Alle spalle dell'edificio B, in posizione divergente rispetto alla via sacra, sorge il tempio maggiore o tempio A (la strada ha andamento nord-est sud-ovest, mentre il tempio è perfettamente orientato secondo la direttrice est-ovest). Della struttura rimane ben poco, infatti, oltre alla citata colonna, alta 8.30 m. ed alla porzione di stilobate sotto di essa, il resto si ricostruisce grazie alle trincee realizzate dai manovali, soprattutto in periodo Aragonese, quando i blocchi dell'alzato e della fondazione furono impiegati nella costruzione del castello e del vecchio molo del porto di Crotone. La fase attuale risale ai primi decenni del V secolo a.C. e non si ha notizia di fasi precedenti poiché le fondazioni sono divelte dall'attività di cava. Il tempio, realizzato in calcare, presentava una peristasi dorica con sei colonne sulle facciate e, dubitativamente, 13 o 15 sui lati lunghi. La cella era probabilmente tripartita in prònao, naos e opistòdomo. Del resto della decorazione rimangono alcuni frammenti del fregio dorico e numerosi frammenti delle tegole. La particolarità di questo tempio è proprio la sua copertura con tegole marmoree, smontate nel 174 a.C. dal censore Fulvio Flacco, per essere portate a Roma. Una volta giunte nella capitale non si seppe più come rimontarle ed il senato optò per la restituzione alla divinità, offesa dalla sottrazione del suo tetto, ma oramai nessuno più fu capace di ricostruirlo. Pertinente alla decorazione del tetto è un acroterio centrale in marmo con decorazione a palmette e volute, ed alcuni frammenti scultorei frontonali o acroteriali, che costituiscono l'altra particolarità del tempio. Il frammento più pregevole è costituito da una testa femminile, purtroppo molto consunta, con inserti metallici a sottolineare le aperture oculari. A nord del promontorio si sviluppa l'abitato romano, la cui prima fase si data alla metà del II secolo a.C. Esso si stanzia nelle terre libere del santuario e si articola su due strade principali larghe 8,50 m. parallele alla via sacra quindi orientate nord-est sud-ovest, intersecate a vie minori larghe 2,50 m. E' stato riconosciuto un ambiente a carattere sacro da cui proviene un busto fittile femminile e due thymiateria di calcare. L'edificio a carattere pubblico più importante fino ad ora messo in luce è il complesso del balneum. Da uno degli ambienti è stato recuperato un mosaico decorato con una fascia esterna a meandro che cinge una seconda bianca con iscrizione di dedica dei duoviri Lucilius Macer e Annaeus Traso, che edificarono il complesso. Due fasce nere con fascia mediana decorata a cirri, incorniciano l'émblema con rombo centrale, decorato a scacchiera, inscritto in un quadrato, con quattro delfini negli spazi angolari superstiti. La prima fase del complesso, datata alla metà circa del II secolo a.C. è in opera quadrata, realizzata con blocchi più antichi recuperati dalle altre strutture del santuario. La fase che conferisce al complesso destinazione termale è quella dei censori sopra citati, che, tra l'80 e il 70 a.C., vollero la ristrutturazione e la destinazione del complesso. La fase di decadenza e il progressivo abbandono dell'abitato del Lacinio inizia probabilmente dopo l'assedio di Sesto Pompeo nel 36 a.C., nella cui occasione viene forse costruito il peribolo in reticolato del promontorio, a scopo difensivo. Gli anni successivi, di progressiva decadenza, spingono gli abitanti a tornare ad occupare gli spazi dell'antica città greca e ad abbandonare il sito sul promontorio. Verso la fine del I secolo a.C., sull'estremità nord est dell'abitato, viene edificata una domus.
 
 
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