Castello Normanno
Italia - Calabria - CS - Malvito
 
Tipologia
Bene Architettonico
 
Descrizione
Malvetum, "luogo di malve", identificata da alcuni storici come l'antica Temesa, è un piccolo borgo nell'alta valle dell'Esaro, ubicato su una cresta collinare a 449m. s.l.m. Questo elemento geografico rappresenta il solo indizio utile per far risalire la costruzione del più antico impianto fortificato al periodo Longobardo. Il popolo germanico, per ragioni strategiche di difesa, sceglieva sempre luoghi impervi dove edificare i propri castelli. Seppur i documenti storici attestano che Malvito fu sede di Gastaldato tra il VII ed VIII sec., non abbiamo altre fonti che, con certezza, riportino l'origine più antica della fortificazione a tale epoca. Ciò che rimane del castello: un muro di cinta con tre torri ed il mastio, posto al centro dell'area fortificata, viene attribuito al periodo normanno. Nel 1047 circa Roberto d'Altavilla, detto il Guiscardo, con un astuto stratagemma conquistò il paese. In una descrizione del castello di Malvito datata 1775, compare un arco ogivale alla francese, posto all'ingresso, indizio ormai scomparso da modifiche apportate alla fabbrica durante la demanialità regia degli Angioini. Gli unici elementi architettonici, tipici dell'ingegneria militare aragonese, erano i merloni della torre principale andati distrutti a causa di un fulmine nel 1775. Della loro esistenza vi era testimonianza in un "apprezzo" del 1675, in cui si descrive il mastio centrale con "meruli grandi". Questo documento, conservato nell'archivio di Stato di Napoli, ci fornisce elementi utili per tentare una descrizione di come questa imponente fortezza doveva presentarsi prima del suo declino rovinoso. "Nella sommità di detta terra vi è il castello di forma quatra circondato di fosse" ora del tutto coperte. Originariamente aveva agli spigoli quattro torri, oggi ne rimangono solo tre di cui, le due a nord di forma cilindrica, mentre quella a sud è di forma quadrata. Quest'ultima conserva tracce della primitiva fabbrica: "nella scarpa e nei basamenti delle mura di camminamento, un tempo complete di saettere, che insieme alle caditoie, costituivano un efficace strumento di resistenza" (A.Gallo). Nella parte a sud del fortilizio erano sistemati su due piani i locali adibiti a magazzino, di cui si possono vedere parte dei muri perimetrali. All'esterno, sul versante di ponente, si trova una cisterna di forma rettangolare, visibile per il crollo parziale della volta a botte che la copriva, intonacata con malte idrauliche. Una seconda cisterna, che raccoglieva l'acqua piovana dai tetti, si trova nel cortile tra la torre ed il corpo a sud del castello. Secondo gli apprezzi citati, nella zona a nord-est doveva esserci la cappella di San Nicola. Sulla parte più impervia della collina, unico testimone di un passato lontano, si erge il mastio. La torre, quasi totalmente priva di cinta muraria è "alta 17 m., con una circonferenza di 36 m. e uno spessore della parete muraria di circa 3 m. in cui si svolge una scaletta ad elica molto stretta che comunica con i tre piani e con la terrazza di copertura, a cui si accede mediante la scala esterna in muratura impostata su archi rampanti addossata alle mura del castello e collegata con la torre attraverso un ponte in legno." (descrizione tratta dal testo di A. Gallo). Le tre stanze, di cui è composto il mastio con varie aperture, durante il Vice Regno Spagnolo furono adibite a carcere per gli uomini, per le donne, invece, vi era un'ala della fortezza, oggi non più esistente, in prossimità della cisterna. Una seconda entrata è attualmente visibile al pian terreno al quale si accede da una scala ricavata nella muratura. Il torrione cilindrico è stato negli anni '80 oggetto di un intervento di restauro che ha interrotto quel declino iniziato nella seconda metà del '700, periodo in cui il castello di Malvito perse la sua funzione originaria di difesa e di residenza nobiliare, prestandosi a divenire ricovero per gli animali. La fortezza, di proprietà del comune dal 1983, a seguito di donazione da parte della famiglia La Costa, ultimi proprietari, attende impaziente di essere recuperata per intero per poter così rivendicare il suo ruolo fondamentale per la storia e la memoria di un'intera collettività, visto che il presente si può comprendere "unicamente alla luce del passato" (E. H. Carr).
 
 
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